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8 Giugno 2026
“Tu lo faresti?”: una domanda per riflettere sul fine vita, tra legge, cura e relazione
“Tu lo faresti?”: una domanda per riflettere sul fine vita, tra legge, cura e relazione
Ci sono domande che non chiedono una risposta immediata. Chiedono tempo, ascolto, consapevolezza. “Tu lo faresti?” è una di queste.
È la domanda che dà il titolo al libro di Sonia Ambroset, Tu lo faresti? La relazione d’aiuto tra cure palliative e morte volontaria assistita, ed è stata anche il punto di partenza della conferenza dedicata al suicidio medicalmente assistito che si è svolta venerdì 5 giugno presso l’Auditorium Comunale “Giusi Spezzaferri” di Merate.
L’incontro, promosso dall’Associazione Fabio Sassi in collaborazione con ACMT OdV-ETS – Associazione Cura Malati in Trattamento Palliativo, ha offerto alla cittadinanza, ai volontari, agli operatori sanitari e ai professionisti uno spazio per affrontare uno dei temi più complessi del dibattito sul fine vita: che cosa significa accompagnare una persona quando la sofferenza diventa estrema? Qual è il confine tra cura, autodeterminazione, responsabilità professionale e tutela della dignità della persona? E quale ruolo possono avere le cure palliative in questo confronto?
Il valore della serata non è stato quello di offrire risposte semplici, ma di aprire uno spazio di riflessione ordinato, competente e rispettoso.
Il suicidio medicalmente assistito è spesso al centro del dibattito pubblico, ma non sempre viene affrontato con la necessaria chiarezza. Le parole rischiano di sovrapporsi, le posizioni di irrigidirsi, le storie delle persone di restare sullo sfondo. Per questo la conferenza ha scelto di partire da tre prospettive diverse ma strettamente collegate: la chiarezza clinica, il quadro normativo e la relazione d’aiuto.
In questo percorso, il libro di Sonia Ambroset ha offerto una chiave particolarmente importante. Tu lo faresti? non affronta la morte volontaria assistita come un tema astratto, ma la colloca dentro la relazione concreta tra persona malata, operatori della cura e familiari. Al centro c’è una domanda difficile: che cosa accade nella relazione d’aiuto quando una persona, di fronte a una sofferenza estrema, formula una richiesta di morte volontaria assistita?
Da questo interrogativo nasce l’invito a sostare nella complessità: ascoltare il dolore, riconoscere le paure, comprendere il contesto relazionale e non ridurre il fine vita a una scelta isolata dalla storia della persona.
Durante la serata, la dottoressa Paola Manzoni, medico palliativista, ha aiutato il pubblico a distinguere alcuni concetti spesso confusi nel linguaggio comune: sedazione palliativa, suicidio medicalmente assistito, eutanasia e sospensione dei trattamenti.
Comprendere le differenze tra queste parole è fondamentale. Non si tratta infatti di sfumature linguistiche, ma di pratiche diverse per significato, finalità e contesto. Fare chiarezza permette di affrontare il tema senza approssimazioni e di riconoscere meglio il ruolo delle cure palliative, che non coincidono con la rinuncia alla cura, ma con una presa in carico globale della persona e della sua famiglia.
Le cure palliative accompagnano la persona nella fase avanzata della malattia, intervenendo sul dolore fisico, sulla sofferenza emotiva, sui bisogni relazionali e sulla dignità del percorso di cura. Anche per questo sono parte essenziale di ogni riflessione seria sul fine vita.
Il dottor Andrea Millul, medico palliativista, ha approfondito il quadro normativo vigente, richiamando i principali riferimenti giuridici e costituzionali e le condizioni oggi considerate nel percorso di valutazione delle richieste di suicidio medicalmente assistito.
Il suo intervento ha mostrato quanto il tema richieda rigore e attenzione. Parlare di suicidio medicalmente assistito significa confrontarsi con diritti fondamentali, responsabilità professionali, percorsi di valutazione e tutela della persona. La dimensione giuridica, quindi, non può essere separata dalla dimensione clinica e relazionale: la legge definisce condizioni e procedure, ma ogni situazione resta inserita in una storia personale, familiare e di cura.
La parte conclusiva della serata ha lasciato spazio al confronto con il pubblico. Le domande rivolte ai tre relatori hanno confermato quanto il tema sia sentito e quanto sia necessario creare occasioni in cui parlarne con competenza, rispetto e disponibilità all’ascolto.
Sono emersi dubbi, interrogativi, richieste di chiarimento e riflessioni personali. È proprio in questo scambio che la conferenza ha mostrato il suo valore: non un incontro per semplificare ciò che è complesso, ma per offrire strumenti utili a comprendere meglio.




